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EPIDEMIE E PANDEMIE NELLA STORIA DI PIOBESI - CON RINALDO MERLONE

Piobesi ha una storia straordinaria. In questo periodo di isolamento, vogliamo ricordarla in un modo tutto nuovo. Racconteremo delle storie, degli aneddoti del nostro territorio che prima non conoscevamo. Grazie al dott. Rinaldo Merlone che ha accettato di offrire un nuovo servizio alla comunità. Siamo sicuri che ricordare le radici del nostro territorio ci aiuterà ad affrontare con maggiore speranza questo momento di difficoltà.





Problematiche connesse alle epidemie nel territorio di Piobesi in età medievale


O vos qui transitis, mecum plangere velitis, compassivi michi sitis qui pro vobis crucior (Moncalieri, Ordinati del comune, 1374)

traduzione:

O voi che passate oltre, vogliate piangere con me, siate solidali con me che mi affliggo per voi


Oramai da un anno si è in preda ad una situazione di contagio mondiale, dal quale si fatica ad uscire. Fino al secolo scorso le popolazioni si imbattevano per lo più in epidemie, che – salvo qualche eccezione come la peste antonina in età romana - per quanto disastrose, erano spesso limitate a zone che, anche se vaste, rimanevano in qualche modo circoscritte.
Il termine epidemia deriva dal greco epidemìa, parola formata dal prefisso epì, sopra, unito al sostantivo dèmos, popolo, cioè "un qualcosa che incombe sopra il popolo", "che riguarda il popolo", diffusa tra il popolo e quindi popolare. La parola pandemia si diffonde invece nel XIX secolo ed è stata coniata sempre sul sostantivo dèmos, ma preceduto dal prefisso pan – derivante dall’aggettivo greco pande – che indica la totalità con tendenza a diffondersi ovunque, cioè a invadere rapidamente vastissimi territori e continenti come avvenne per le pandemie di influenza, vaiolo, colera, ecc.


Per quanto riguarda la storia del territorio di Piobesi, per l’epoca romana già si è trattato delle fonti epigrafiche, che però non apportano elementi sulla tematica in questione. Per l’epoca medievale esistono solamente diplomi imperiali, documenti cancellereschi e vescovili, che affrontano problematiche istituzionali e di gestione del potere ma non le realtà sociali e tanto meno le epidemie.


Tenuto conto di questa carenza di fonti per quanto riguarda Piobesi, in Piemonte sono tuttavia documentate, con una certa continuità e sin dalla prima metà del XIII secolo, crisi endemiche di mortalità come lebbra, epidemie tipiche del periodo invernale – infezioni degli organi respiratori ed influenza – epidemie caratteristiche del periodo estivo, quali colera, salmonellosi, dissenteria, tifo, febbre tifoide o tifo addominale, pneumonite tifica, infezioni intestinali di vario genere. Si verificavano inoltre altre malattie atipiche, quali ergotismo, brucellosi, manifestazioni malariche, vaiolo, rosolia, scrofolosi tubercolare, tifo esantematico o petecchiale e peste. Queste infermità erano accompagnate da un indebolimento organico strutturale della popolazione, che faceva sì che molte persone, ormai immunodepresse, venissero falcidiate per cause fisiologiche ed organiche. Per analogia possiamo supporre che situazioni simili si verificassero anche in Piobesi.


Le condizioni di vita erano infatti assai precarie ancora nel XIV secolo. Nella stessa Torino vigeva una promiscuità di uomini e animali all’interno dell’abitato; ovunque si ammassava immondizia, mentre le fogne scorrevano a cielo aperto e anche l’igiene delle abitazioni era assolutamente trascurata. Con gli statuti del 1360 si cercò di regolamentare le cloache e i pozzi neri. Spesso si verificava pertanto un flusso di uomini dalla città verso la campagna per incontrare aria più salubre e più spazio, mentre normalmente accadeva il contrario.


Vigevano tra l’altro strette misure per l’individuazione dei lebbrosi, che venivano subito isolati da personale addetto a questo ingrato compito. La peste nera del 1348-50 fece anche in Torino numerose vittime – e quindi presumibilmente anche nel contado – riducendo la popolazione urbana a circa 4.000 abitanti, ossia a quasi un terzo. In quei frangenti si applicava il drastico divieto di ingresso nel centro abitato per gli individui provenienti da zone a rischio e si chiudeva la città ai forestieri, nel vano tentativo di limitare i danni del contagio; misure che poi si ripeterono nei secoli successivi fino ai nostri giorni. Gli infetti e i sospetti dell’abitato venivano invece segregati nelle loro abitazioni o in speciali quartieri o anche espulsi dalla città. Galeotto del Carretto riferisce nella sua Cronica di Monferrato che nel 1362 “degli dodici gli otto morirono di peste (…) et chi era più giovane, più presto moriva” (1).Altre ondate epidemiche si fecero sentire a seguito di fattori stagionali, ma anche a causa di carenze alimentari e di scarsa igiene. Dalla metà del secolo XIV a tutto il secolo XV flagelli epidemici si ripeterono nell’area pedemontana con intervalli biennali e questa ripetitività ricadeva su una popolazione già stremata da molteplici crisi di sussistenza, denutrizione, condizioni igienico-sanitarie critiche. Nel frattempo, a Torino come pure a Moncalieri, si avviava la prassi di nominare qualche medico convenzionato mediante regolare contratto con l’obbligo di residenza stabile. In Torino, infatti, esistevano già sia un centro studi in medicina a livello universitario sia una rinomata scuola privata, gestita dal medico Giovannetto di Podio (2).


Come si reagiva dunque nel Torinese e in Piobesi nei periodi di epidemia? Di fronte alle ripetute crisi epidemiche dell’età medievale gli studiosi concordano nel riconoscere che la popolazione subalpina provava ovviamente un malessere psicologico ed ideologico. Tali malattie, pur essendo legate al tenore di vita e alla povertà del tessuto biologico – come oggi diverse malattie potrebbero essere legate all’inquinamento atmosferico generale – erano considerate almeno “giuste”, perché non risparmiavano né il ricco né il povero. E spesso si diffondevano a macchia di leopardo e finivano per destabilizzare le già traballanti strutture sociali e politiche. La paura delle epidemie faceva scattare misure individuali di medicina popolare, supportate da facili credenze, come l’adozione di amuleti e pietre preziose, pratiche legate al mondo mitico e superstizioso, per impetrare guarigione o immunità (3). Ma ad infondere una speranza e una risposta ancor più forte al sempre presente angoscioso problema della morte sopraggiungeva il sentimento religioso. Poiché la Chiesa ufficiale pareva non tutelare a sufficienza la respublica christiana dal “castigo divino” – che veniva letto secondo le categorie veterotestamentarie o del culto greco-romano – la dimensione religiosa si manifestava al di fuori di essa e in modo individuale e personalizzato, sostenuto anche dalle autorità politiche, che spesso non sapevano come agire di fronte alle ansie del popolo. In Piemonte la religiosità popolare affrontò il panico, sperimentato di fronte alle epidemie, ricorrendo a pratiche espiatorie e purificatrici – come pubbliche flagellazioni ad opera delle compagnie dei “battuti” e di confraternite – e a processioni (4). Nel 1398, ad esempio, il consiglio comunale di Pinerolo indisse una processione per contenere il morbo dell’epidemia (5).
A Piobesi le processioni delle rogazioni – formalizzate nel V secolo nella Gallia lugdunense, flagellata da varie calamità naturali, riprendendo antichi culti romani – si snodavano lungo le vie del centro abitato; a loro volta le rogazioni “maggiori” o delle quattro tempora, raggiungevano i punti estremi delle campagne. Queste si protrassero fino agli anni sessanta del secolo scorso: dopo la prima messa del mattino delle ore 6 si andava in processione – clero, confraternite, compagnie e popolo – cantando le litanie dei santi, seguite dalle invocazioni:
(…)

A fulgore et tempestate A flagello terraemotus


A peste, fame et bello (…) Libera nos, Domine!

Chi si trovò a sperimentare – quasi come in un film – gli ultimi prodromi di quegli eventi e a poterli ora narrare, è nato e cresciuto veramente in un’epoca di spartiacque tra un'Italia ancora legata a tradizioni religiose medievali (processioni, pubbliche penitenze …) e l'Italia del boom economico, delle grandi trasformazioni tecnologiche, informatiche che hanno reso immediate le comunicazioni. Le soluzioni dei bisogni dell’uomo sembrano dunque seguire ora altri tracciati. A Piobesi la confraternita dei “battuti” nacque probabilmente in quei contesti, anche se è documentata solamente a partire dal XVI secolo come operante con una propria cappella antecedente all’attuale (6). L’attività amministrativo-contabile è registrata dal 1579. Si può quindi presumere esistesse già dall’età tardo medievale, sebbene in forma meno strutturata. In Carignano è menzionata, per il XIII secolo, la confraternita di san Remigio e in Vinovo compaiono degli statuti attorno al 1458 (7) Giuseppe Santi, ultimo priore e confratello della predetta confraternita, facendo riferimento a un documento del 1907 redatto dal pievano teol. Pietro Baima ma andato a pezzi e quindi da lui trascritto, tramanda che essa “ha sempre avuto per divisa un semplice camice bianco, stretto ai fianchi da un cingolo di cordone e un copricapo a cappuccio, come insegna uno stendardo con la colomba simbolo dello Spirito Santo. La divisa era portata in ispirito di penitenza in memoria della veste portata da Gesù da un tribunale all’altro; il cingolo in memoria dei flagelli; il cappuccio a ricordo della corona di spine. Così veniva letto dal celebrante nella cerimonia della vestizione” (8). Segnalo che fino agli anni cinquanta del secolo scorso durante la processione del venerdì santo – detta Ecce Homo – i confratelli e poi i giovani di Piobesi in segno di penitenza e ricordando la passione erano soliti trascinare sulle spalle tre grandi croci – tuttora conservate presso la chiesa dello Spirito Santo – con ai piedi legate delle catene che venivano trascinate sull’acciottolato delle strade, emanando rumori sinistri.

In mancanza di un’organizzazione medico-sanitaria si confidava quindi nel cielo e ci si affidava ai santi taumaturghi ed ai santi ausiliatori, che finivano per essere i “vaccini” dell’epoca. Si andavano pertanto affermandosi nuovi culti santorali, legati alla contingenza delle epidemie. A Piobesi erano particolarmente venerati san Rocco, san Sebastiano e sant’Antonio abate, divenuti i compatroni insieme al patrono principale, san Giovanni Battista, di cui si conserva l’antica chiesa plebana risalente all’età paleocristiana. Lo stesso comune di Piobesi, ancora il 18 aprile 1728, dichiarava all’intendente di provincia che patrono principale è sempre stato san Giovanni Battista; gli altri tre erano i compatroni (9). Il culto di questi tre santi era sicuramente praticato fin dal medioevo, come si può ipotizzare dalla lettura dei documenti pittorici tramandatici successivamente, quando oramai il culto era affermato. Nella navata di destra della primitiva chiesa plebana, accanto alla Vergine, nel XV secolo, vengono raffigurati da un lato San Giovanni Evangelista, dall’altro proprio san Rocco, segno che questo culto era già affermato da tempo.




Nel secolo successivo, in una cappella laterale della navata di sinistra, ai piedi della Vergine con Bambino, e accanto al patrono san Giovanni Battista, vengono raffigurati tutti i tre santi taumaturghi. Accanto a loro compaiono anche due santi vescovi di difficile lettura interpretativa: uno dei due poteva essere san Grato, di cui si avrà anche una cappella a Tetti Aia (10). Tra l’altro è interessante ricordare che in caso di cattivo tempo venivano esposte in chiesa le reliquie dei santi martiri Giovanni e Paolo oppure si portava la statua lignea del Battista conservata presso la chiesa dello Spirito Santo.




Nei secoli successivi ognuno di questi santi ebbe edificata in Piobesi una propria cappella o chiesa, che all’epoca erano ubicate fuori del territorio. San Rocco, originario di Montpellier e vissuto nella seconda metà del trecento, conserva tuttora la sua cappella risalente al 1757 e voluta dalla “comunità” cioè dal comune (11). È il santo più invocato, dal medioevo in poi, come protettore dal terribile flagello della peste, la sua popolarità è tuttora ampiamente diffusa. Il suo patronato si è progressivamente esteso al mondo contadino, agli animali, alle grandi catastrofi come i terremoti, alle epidemie e alle malattie gravissime; in senso più moderno, è un grande esempio di solidarietà umana e di carità cristiana, nel segno del volontariato, in quanto avrebbe dato i suoi beni ai poveri, poi si sarebbe dedicato alla cura dei malati di peste (12).



Cappella dedicata a San Rocco in Piobesi



San Sebastiano, martire del III secolo, che offriva la protezione contro la peste, aveva la sua cappella all’interno del vecchio cimitero, ubicato nel luogo dove oggi è situato il villaggio con l’omonima via. Sia il cimitero che la cappella vennero demoliti nel 1960. Il culto di san Sebastiano era assai popolare durante le epidemie, soprattutto a partire dalla pestilenza del 680, che aveva colpito principalmente Roma e Pavia; grazie alla intercessione del santo, le due città erano state liberate dal flagello (13). Talvolta l’effigie di san Sebastiano era accompagnata da una disperata invocazione, come si può riscontrare nel saluzzese sotto un affresco: “De pestilencia et de famina - Te debiay regordare - Ty sey nostra medicina. Ty piaza de far cessar” (14).



Antico cimitero di Piobesi, demolito nel 1960, con l'attigua chiesa di S. Sebastiano posti un tempo fra le attuali Via delle Vignasse e Via Castelletto, appena fuori del centro abitato (foto di Giuseppe Santi)


Pure a sant’Antonio abate, patriarca del monachesimo e vissuto in Egitto tra il III-IV secolo, era dedicata una cappella, poi demolita; la sua icona venne trasferita nella chiesa di san Sebastiano e poi non se ne seppe più nulla (15). La chiesa – stando a uno stralcio di documento conservato in archivio parrocchiale – era posizionata ove attualmente vi è l’omonima croce, all’incrocio tra la strada che porta a san Giovanni e quella che va alle cascine Passatempo. Santi precisa che quella cappella esistette fino al XVIII secolo ed apparteneva ad “un certo Pepino”. Molti erano i malati che accorrevano al santo del deserto per chiedere grazie e salute. Alcuni di questi erano afflitti dall’herpes zoster o anche erisipela, patologie caratterizzate da esantemi cutanei dolorosi e/o pruriginosi, detti “fuoco sacro” o “male degli ardenti”, conosciuto anche come “fuoco di Sant'Antonio”, appunto perché guarito dall’omonimo santo. Chi volesse prendere visione di una struttura organizzativa per curare tale male può visitare la precettoria di Sant’Antonio di Ranverso tra Rivoli e Buttigliera bassa. Oltre che per essere liberati da questo male, Antonio era invocato anche contro la peste, lo scorbuto e altre malattie analoghe (16).

San Cristoforo, a sua volta, era protettore dalle morti improvvise anche in casi di peste: già nel trecento il santo venne raffigurato sul portale della chiesa di san Giovanni ad opera di due coniugi viandanti provenienti dalla Savoia e diretti probabilmente in pellegrinaggio a Roma. Nella parte sinistra dell'affresco di Piobesi tiene in mano la palma del martirio, mentre sulle spalle regge Gesù Bambino.




Quando queste misure non erano sufficienti a placare la paura, le autorità pubbliche, come a Moncalieri, intervenivano per proibire il “contagio del terrore”, intimando ad esempio – come nel momento culminante di una crisi di mortalità del 1430 – di suonare la campana grossa “pro defunctis” oppure, come durante la peste bubbonica del 1349, di seguire i funerali piangendo e lamentandosi ad alta voce come era abitudine.



- Rinaldo Merlone
(continua nella prossima puntata!)



Un sentito ringraziamento a Valerio Vivan dell'Associazione Turistica Pro Loco per le foto fornite al Comune

(1) G. del Carretto, Cronica del Monferrato, in Monumenta historiae patriae, Scriptores, III, Torino 1848, col.1195.
(2) I. Naso, I problemi della sanità, in Storia di Torino, vol. 2, Il basso medioevo e la prima età moderna (1280-1536), a cura di R. Comba, Torino 1997, pp. 287-294.
(3) Si veda ad esempio A.M. Nada Patrone, I. Naso, Le epidemie del tardo medioevo nell’età pedemontana, Torino 1978. Biblioteca di “Studi piemontesi”, p. 66 sgg.
(4) A. M. Nada Patrone, Il medioevo in Piemonte, Torino 1976, pp. 281-284.

(5) Nada Patrone, I. Naso, Le epidemie cit.
(6) F. Chiriotto, Memorie storico-religiose su Piobesi Torinese, Saluzzo 1892, p. 47 sg.
(7) C. Pallavicini, La confraternita della Spirito Santo (XVI-XVII secolo), in “L’Eco parrocchiale di Piobesi Torinese”, novembre-dicembre 1985, p. 14 sg.
(8) G. Santi, Riassunto d’archivio della venerabile confraternita di Piobesi Torinese, Dattiloscritto 1965. Tale copia mi venne donata dallo stesso Santi; altre copie dovrebbero trovarsi presso la confraternita, la parrocchia e la famiglia Santi. L’autore mi trasmise anche un dattiloscritto intitolato Curiosità religiose d’altri tempi, ove narra il percorso delle processioni delle rogazioni e delle quattro tempora.
(9) Chiriotto, Memorie storico-religiose su Piobesi Torinese, cit., p. 54.
(10) Chiriotto, op. cit., p. 53.
(11) Chiriotto, op. cit., p 52.
(12) A. Vauchez, Rocco, santo, in Bibliotheca Sanctorum, vol. XI, Roma 1968, coll. 264-273.
(13) G.D. Gordini, Sebastiano, santo, martire di Roma, in Bibliotheca Sanctorum, vol. XI, cit., coll. 776-789.
(14) C. Moschetti, Un affresco del principio del secolo XV. Una lauda sacra, in “Piccolo archivio storico dell’antico marchesato di Saluzzo”, I, 1901.
(15) Chiriotto, op. cit., p. 53.
(16) A. Rigoli, Antonio, abate, santo. Folklore, in Bibliotheca Sanctorum, vol. II, Roma 1962, coll. 114-121.
(17) Nada Patrone, Il medioevo in Piemonte cit., p. 284.