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LA PESTE DEL 1630

Piobesi ha una storia straordinaria. In questo periodo di isolamento, vogliamo ricordarla in un modo tutto nuovo. Racconteremo delle storie, degli aneddoti del nostro territorio che prima non conoscevamo. Grazie al dott. Rinaldo Merlone che ha accettato di offrire un nuovo servizio alla comunità. Siamo sicuri che ricordare le radici del nostro territorio ci aiuterà ad affrontare con maggiore speranza questo momento di difficoltà.





La peste del 1630



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Un terzo dei tuoi morirà di peste e perirà di fame in mezzo a te;
un terzo cadrà di spada attorno a te
e l’altro terzo lo disperderò a tutti i venti e li inseguirò con la spada sguainata.
(Ezechiele, 5, 12)



O destino funesto!
Infuria e ancora infuria,
fatale, incomprensibile e crudele il morbo
che ci manda in rovina.
(Sofocle, Trachiniae)


Il XVI secolo, nel Torinese, si chiude con la pestilenza del 1598-99 e il XVII si apre con quella ancor più devastante del 1630-31, accompagnata dalla carestia e dalla guerra dei trent’anni.
La peste è sempre stata uno dei più grandi terrori dell’umanità. Quella del 1630 può essere definita peste bubbonica inguinaria o glandularia. Vista spesso come un castigo di Dio, si cercò di individuarne anche le cause naturali come mancanza di igiene, conseguenze di guerre e carestie.

Se Alessandro Manzoni, nel suo celebre romanzo I Promessi Sposi, vede, in base alla documentazione dell’epoca, la diffusione della calamità ad opera dei lanzichenecchi o alemanni scesi in Italia in quelle circostanze, per quanto riguarda il Piemonte la provenienza sembra attribuibile soprattutto alla discesa delle truppe francesi, sempre in occasione della guerra di successione per il marchesato di Mantova e Monferrato. In effetti per tutto il 1628 il Piemonte era stato percorso da soldati francesi, ove già si era sviluppato il contagio. In ogni caso i principali centri di sviluppo della peste nella regione subalpina potrebbero essere stati originati da due fenomeni. Il primo potrebbe essere stato originato dalla Francia meridionale, colpita nell’agosto 1628 – Delfinato, Linguadoca, Provenza e Savoia con epicentro Lione – da dove la pestilenza giunse a Susa con le truppe francesi e di lì nella valli piemontesi. Il secondo polo potrebbe essere stato quello di Mantova, ove si segnalarono casi di febbre maligne con bubboni sin dai primi giorni del novembre 1629.
Dalla documentazione e dagli studi effettuati si desume che il contagio ebbe una diffusione strisciante nelle alte valli piemontesi negli ultimi due mesi del 1629, per poi assopirsi un po’ nei mesi più freddi di gennaio e febbraio, quindi aumentare di intensità nella primavera ed esplodere agli inizi dell’estate del 1630. In effetti, nel dicembre del 1629 il Tribunale della sanità di Milano già metteva al bando Torino, varie terre del Piemonte e della Savoia per sospetto di peste. A sua volta il 5 gennaio 1630 il Magistrato generale della Sanità di Torino vietava ogni contatto con persone e cose provenienti da Milano, Lombardia e Cantoni svizzeri.

La diffusione del morbo è stata ampiamente analizzata e studiata per la città di Carmagnola, ove il terrore iniziò fin dal primo giorno del 1630. La testimonianza di una persona, che per prima fu colpita dal male, è altamente drammatica e ricca di particolari. Giovanni Battista Gregorio, capofamiglia di 59 anni, di professione “capelaro”, racconta che il 10 aprile del 1630 l’armata del duca di Savoia lasciò Carmagnola per stabilirsi a Pancalieri, in quanto i francesi erano a Pinerolo, e a partire da quel momento si diffuse il contagio nella sua casa e nella sua famiglia, tanto che dovettero riparare tutti al lazzaretto. Fatto un voto, tutti gli abitanti del borgo innalzarono una gran croce di legno dove avrebbe dovuto sorgere la chiesa di san Rocco. Poi “lasciando tutte le vanità”, digiunando a pane ed acqua, chiesero l’aiuto alla Madre di Dio. Nel frattempo erano morti tutti “li medici, barbieri, chirurghi, et erano tutti abbandonati”. Si provvide pertanto a nominare altro personale. Nel lazzaretto poi

"stavano due capuccini i quali medicavano, confessavano, et celebravano la santa messa al detto lazzaretto, nella terra e borghi, giorno e notte. Li conservatori facevano menar via li morti con due carrette. Quando era attaccato detto morbo dentro a qualche casa, si serrava, e facevano fare la quarantena, tanto che poche sono state le case che siano state salve. Chi non ha avuto male contaggioso ha avuto rogna, febre, malattie longhe, colere, e molte altre ruine."


Uno dei medici, che curava gli appestati, tramanda che molti appestati al lazzaretto “muiono di disgusto et crepacuore”, forse dovuto anche al senso di solitudine e distacco dalla realtà quotidiana.
Al termine del contagio, su una popolazione di circa 7.610 persone risultavano esserne state ricoverate 1.583 nel lazzaretto, di cui 809 uomini e 774 donne, appartenenti a tutte le classi sociali. Tra questi ricoverati, i decessi furono 443, numero che in verità costituiva il 23,88 % dei morti di peste in tutto il territorio carmagnolese. Il totale dei morti per peste fu infatti di 1.855 persone, di cui 899 uomini e 956 donne. Al termine del contagio, gli abitanti di Carmagnola erano ridotti 5.770. Vi fu chi, al manifestarsi della malattia, non volle recarsi al lazzaretto; molti non ne ebbero neppure il tempo, in quanto la peste si manifestò in forme setticemiche fulminanti.
Alla fine di giugno 1630, il Consiglio della comunità (Consiglio comunale) di Carmagnola deliberò di rinnovare solennemente il voto dell’anno 1522 e la Madonna della Concezione confermò essere il taumaturgo preferito, la sola in cui si potesse confidare.

La situazione in Torino non era da meno. Ne morivano tantissimi in quelle calde e umide giornate del settembre 1630. Il “morbo nero” poteva uccidere in due giorni a seguito dell’apparire di un bubbone o di una semplice pustola. A volte non si manifestava nemmeno e gli infetti morivano a seguito di una setticemia fulminante. Si tramanda che dei passanti cadevano all’improvviso per strada.

"E’ cosa d’orrore il sentir riferire che da Torino a Moncalieri non trovano per le strade se non morti, e intorno a Torino sotto il Monte particolarmente e verso Campagna, passato il ponte Dora si vedevano i cadaveri a centinaia insepolti e fetenti. Nella città ne morivano cento cinquanta e più ogni giorno: quali gettati dalle finestre delle case nelle strade, et non vi essendo chi prontamente li portasse fuori, non potevano li vivi camminare per le strade senza dare de’ piedi in qualche cadavere (…) Tutti i curati morirono duplicati et triplicati successivamente (…), ministrando essi curati et i regolari i sacramenti alle porte di loro chiese, i quali ancora essendo chiamati andavano a ministrar il sacramento della confessione alle proprie case degli ammalati."


Colpì la scena di un bimbo morto di quattro anni che pareva dormisse, abbracciato ad un altro di poco più piccolo, forse il fratello. I passanti li trovarono entrambi in quel modo, in via Doragrossa (oggi via Garibaldi), sui gradini della chiesa della Trinità, all’angolo dell’attuale via XX Settembre. Quella scena – analoga a quella descritta da Manzoni nell’episodio della morte di Cecilia – commosse i torinesi: i due bimbi vennero caricati abbracciati sul carretto dei monatti, per essere seppelliti insieme.
Torino, che ad agosto contava solamente più 12.000 abitanti, in quanto 25.000 avevano abbandonato la città – contribuendo così a diffondere il contagio nel contado –, nel giro di un anno ne vide morire 9.000 cioè il 40%. Un disastro ancor maggiore venne evitato grazie al medico Francesco Giovanni Fiocchetto (1564-1642), originario di Vigone, ma che risiedeva allora in Torino. Salvò numerose persone. I torinesi ricorrevano a lui portandogli i moribondi, nella speranza di una guarigione. Era il medico personale dei duchi di Savoia, ma anche il capo della sanità in Torino: la sua disciplina sanitaria fece scuola per un secolo. Nato e morto nello stesso anno di Galileo Galilei, aveva sostenuto che gli astri non possono influenzare il destino umano, in quanto la loro unica funzione è “scaldare e illuminare”. In molti – ricordiamo don Ferrante di manzoniana memoria – era invece radicata la convinzione che gli astri potessero agire sulla diffusione della peste.
Proveniente da una famiglia agita, aveva studiato medicina a Parigi ed era rientrato a Torino dopo aver navigato per i mari d’Europa e di Africa, accanto al principe Emanuele Filiberto, “generale del mare” al servizio del re di Spagna. Ritornato a Torino, si prodigò per combattere la peste: prima e dopo uscire per visitare i malati casa per casa, si lavava le mani con aceto rosato, in bocca teneva un antidoto. Ai vivi raccomandava innanzitutto l’igiene: isolare i contagiati, arieggiare i locali, bruciare gli oggetti infetti, sterilizzare le poche monete in circolazione. Denunciava i medici che si rifiutavano di curare i poveri. Fece comprare dal comune delle caprette per allattare i bimbetti rimasti orfani. Spiegava incessantemente che il la diffusione del contagio era dovuto anche alla mancanza di igiene. Pur tuttavia non mancava di sottolineare che

"La prima cagione della peste , procede dall’ira di Dio – come da numerosi esempi della Sacra Scrittura e storia profana –, coi quali Dio castigò i popoli di ogni tempo, a giusto motivo dei peccati; per cui bisogna per forza conchiudere che, la causa finale , di ogni male motrice, sono i peccati; e di ogni afflizione dobbiamo attribuire a noi stessi la causa."


L’esperienza di quegli anni è contenuta nel Trattato della peste e del pestifero contagio, pubblicato nel 1631. Morto il 9 ottobre 1642, dopo aver ricevuto “tutti i sacramenti con somma divozione; ed è morto nell’habito dei Padri dell’Osservanza di san Francesco”. Venne sepolto a Vigone, “al suo altare”, nella chiesa agostiniana di San Nicola da Tolentino; in Torino (zona Porta Palazzo), come in Vigone, gli venne dedicata una via.
La pestilenza si andò progressivamente attenuando a partire dall’autunno del 1630, ma solamente nel febbraio 1632 il duca Vittorio Amedeo I e Cristina di Francia avevano fatto ritorno in Torino dopo essersi riparati a Cherasco, poi a Moncalieri e a Carignano. Nel frattempo a Savigliano, nel 1630, era morto il duca Carlo Emanuele I.
In novembre vennero licenziati i monatti e il 5 luglio 1632 si svolse la processione votiva che sanciva la fine del pericolo: dodici consiglieri, vestiti da poveri pellegrini e accompagnati dai confratelli della compagnia dello Spirito Santo, partirono dal palazzo civico e fecero il giro delle sette chiese cittadine per raggiungere il duomo, ove consegnarono al nuovo arcivescovo Antonio Provana il voto d’argento decretato dalla città.

In Pinerolo il contagio si manifestò ancor prima: l’esercito francese era entrato in città il 23 marzo e il morbo si diffondeva il 14 aprile del 1630. Nello spazio di sei giorni morirono 600 persone. Le vie strette dell’abitato e le abitazioni, non sufficientemente arieggiate, favorirono la diffusione repentina del morbo. Il consiglio del comune fece costruire delle casupole in legno (lazzaretto) nella campagna fra il torrente Chisone e il rio Moirano per dare ricovero agli appestati, ma ben presto mancarono le persone per trasportarli. E pertanto

"gittavansi dalle finestre i cadaveri, che sfracellati macchiavano di sangue e di tabe la via, i muri, le porte; e là, mancando i becchini, giacevano putrefatti”.


Scarseggiando anche la città di alimenti, vi provvidero i cappuccini, che poi morirono tutti nell’opera di assistenza. A fine contagio, il consiglio civico decretò una chiesa a Maria Liberatrice (detta di S. Agostino) e una solenne processione annua il dì dell’Assunta.

In Chieri il contagio apparve attorno al 22-24 giugno 1630 con lo scoppio dell’estate e si protrasse fino al 22 febbraio dell’anno successivo, quando “si ripigliò l’amministrazione del battesimo in chiesa”. Si conta che morirono per peste tra 4.500-5.000 persone su una popolazione di circa 11.000 abitanti (1). Il primo provvedimento che il Consiglio comunale (ratifica 2 luglio 1630) e i membri del Magistrato della sanità assunsero fu il voto pubblico “di far fabbricare a spese della comunità della chiesa collegiata di questa città una cappella con suo altare dedicandola sotto il titolo di Madonna delle grazie”, poi ridisegnata nel 1757 da Bernardo Vittone (2).

A Beinasco, prima del contagio, si contavano cento e più capi famiglia, dopo il passaggio delle truppe straniere se ne contavano solamente più otto. Prima dell’epidemia i “particolari” possedevano circa 35-40 buoi e “gran quantità di bestiami da pastura, animali, asini”, mentre dopo
ne avevano solamente più sei paia.

Il morbo, questa volta in coincidenza dello stanziamento dell’esercito tedesco invase la città di Pancalieri dopo Pasqua: “fu tanto crudele, che puochi ne sono restati vivi” e nel novembre 1630 si deplorava la miseria degli abitanti “et massime che sono mesi quattro e più che siamo restati senza messe et confessioni…”.

La peste colpì anche le Valli valdesi, ove tra i riformati morirono circa 10.000 persone, cioè la metà, ma – si annotava – in proporzione, in numero minore rispetto ai cattolici, i cui decessi nella sola Luserna furono i due terzi. 
Vigone, stretta nella morsa tra l’esercito francese e quello sabaudo, soffrì enormemente il contagio e la carestia: “in breve una crudel peste portò via tutti li confessori, medici e spetiali”; i sindaci dovettero chiedere aiuto ai frati per i sacramenti. San Giovanni da Tolentino – culto introdotto dagli Agostiniani nel 1460, divenne il santo taumaturgo e lì venne sepolto. In Villafranca Piemonte morirono i quattro quinti della popolazione. liberatore dalla peste. Il medico Fiocchetto fece restaurare l’omonima chiesa, la dotò di numerose rendite.

La popolazione di Vinovo, che nel 1628 contava circa 1.215 persone, nel 1636 fu ridotta a 607, il che fa pensare che la peste si portò via almeno il 40% della popolazione (3).
Altrettanto drammatica fu la situazione in Candiolo. I registri parrocchiali risultano interrotti dal 27 luglio 1630 al 20 novembre 1632, segno dunque che il parroco don Giovanni Battista Alessio era morto probabilmente per il contagio. Nell’intervallo non sono registrati che quattro atti – due di battesimo e due di matrimonio – firmati da due religiosi che prestarono il servizio, siglando “deficiente pastore”. Da un totale di 80 famiglie registrate tra il 1613-1630, oltre quaranta scompaiono negli anni 1630-31 e una decina di altre se ne vanno, mentre negli anni successivi 25 famiglie giungono da varie parti del torinese e del cuneese.

Al momento non si sa molto di quanto accadde a Piobesi durante la pestilenza del 1630, in quanto gli storici del passato non lo citano con dati alla mano. Ma sicuramente, chiusa tra territori e aree decimate dal morbo, anche qui la popolazione dovette subire gravi conseguenze e mortalità. Per saperne di più occorrerebbe creare un gruppo di persone interessate, che passino in rassegna la documentazione conservata presso l’Archivio comunale, onde stabilire quali misure vennero assunte dalle autorità per affrontare il contagio e se venne adibito un locale a lazzaretto. L’esame degli atti di morte di quegli anni, presso l’Archivio parrocchiale, consentirebbe inoltre di chiarire se la mortalità fu superiore a quella degli anni precedenti e successivi, come appunto si verificò malauguratamente nei comuni limitrofi.
Sappiamo che Piobesi fu coinvolta dal passaggio dell’esercito francese, che in altri luoghi portò con sé il tremendo morbo della peste, oltre alla carestia. Si legge a tale proposito che, mentre il duca Carlo Emanuele I si dirigeva verso Carignano, le truppe francesi entravano in Castagnole, None, poi in Piobesi avvicinandosi così ai contingenti sabaudi per sconfiggerli.

“……Carignano, che già si vedeva il nemico alle porte, si preparava in tutti i modi alla difesa, ben sapendo quanto era toccato ai paesi ove i francesi avevano fatto scorrerie e specialmente alla vicina Piobesi .Il duca di Savoia nella ritirata aveva ordinato a quei di Castagnole, di Piobesi, e così altri paesi circostanti di “non dare viveri né robba all’armata francese sotto pena di vitta e confiscatione di beni”. …….Comando difficile ad eseguirsi quando il sacro suolo della patria sta per essere calpestato dall’invasore. Infatti il barone Della Roche il 26 marzo 1630, giunto a Piobesi con dodici cavalli, tosto impose al comune di dar loro viveri e di fornire ogni giorno da otto a dieci fornate di pane. Quattro giorni dopo il Richelieu comandò di dare, mediante pagamento, 200 sacchi di grano “che altrimenti si trovavano 500 cavalli a None che sarebbero andati a prenderli con forza”. ……I piobesini ne diedero 50, ma tosto ebbero l’ordine di inviare gli altri 150 sotto pena di mettere subito Piobesi a sacco e a fuoco. E allora i piobesini diedero ai francesi, anche col consenso del duca, qualche contribuzione (…). Agli orrori della guerra, allo spettro della fame, non mancava che la peste per ridurre i nostri paesi al fondo di ogni miseria (4)."




- Rinaldo Merlone
(continua nella prossima puntata!)



(1) Ringrazio Carla Casalegno per l’aiuto tecnico a reperire il volume G. B. Montù, Memorie storiche del gran contagio in Piemonte negli anni 1630 e 31, e specialmente del medesimo in Chieri e ne’ suoi contorni, Torino 1830, pp. 77-79; parimenti ringrazio mio fratello Floriano per il supporto logistico.
(2) G, Vanetti, Chieri. Appunti di storia. Le vicende, le immagini, le fonti e gli studi, Chieri 1996 (Edizione Corriere di Chieri e dintorni), p. 72 sg.
(3) G. Cambiano, La peste del 1630-1631 a Vinovo, in “Notiziario interno del gruppo ANA di Vinovo”, dicembre 2020, p. 1.
(4) Perlo, Cenni storici di Candiolo cit., p. 88 sg.