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PROGRESSO, ESPANSIONE DEMOGRAFICO-URBANISTICA E PRESENZA DI EPIDEMIE NEL TERRITORIO DI PIOBESI

Piobesi ha una storia straordinaria. In questo periodo di difficoltà, vogliamo ricordarla in un modo tutto nuovo. Racconteremo delle storie, degli aneddoti del nostro territorio che prima non conoscevamo. Grazie al dott. Rinaldo Merlone che ha accettato di offrire un nuovo servizio alla comunità. Siamo sicuri che ricordare le radici del nostro territorio ci aiuterà ad affrontare con maggiore speranza questo momento di difficoltà.





Progresso, espansione demografico-urbanistica e presenza di epidemie nel territorio di Piobesi


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Negli archivi di Piobesi non esiste documentazione specifica prima del 1541 – a partire cioè dalla verbalizzazione delle riunioni consiliari (1) – che possa testimoniare quali misure venissero adottate per fronteggiare le epidemie. Solamente a partire da questa data si conservano le deliberazioni comunali, all’interno delle quali si potrebbero eventualmente riscontrare elementi utili per individuare il comportamento tenuto dalle autorità durante questi tristi e problematici momenti.
Parallelamente, a partire dal 1563 circa, con i decreti applicativi del Concilio di Trento, si va costituendo anche un’anagrafe parrocchiale dettagliata relativa a battesimi, matrimoni e morti,mentre solamente dall’epoca napoleonica si procede ad un’anagrafe civile. Tale documentazione, non ancora analizzata compiutamente, potrebbe rivelare – accanto ai dati dei censimenti – aspetti interessanti sull’incremento e decremento della popolazione in Piobesi e quindi permettere di avanzare considerazioni sulle conseguenze epidemiche.

Al riguardo, uno studio puntuale e metodologico, infatti, non è ancora stato effettuato. I moderni programmi informatici potrebbero agevolare tale ricerca. In attesa che ciò avvenga, dobbiamo affidarci alle indagini generali sul torinese e sul Piemonte, cercando di interpretare e approfondire le testimonianze e gli studi sull’argomento, proiettando tali dati sul territorio piobesino.


Intanto, diviene interessante segnalare che fino alla fine del XV secolo, il nucleo abitato di Piobesi era molto contenuto e ristretto in poco spazio, in quanto era addossato al castello, così come aveva predisposto il vescovo torinese Landolfo all’inizio del secolo XI. Nelle campagne erano poi sparsi diversi nuclei rurali e casolari, risalenti forse in parte agli insediamenti romani. Solamente a partire dal 1458-1462, con l’ampliamento urbanistico voluto dall’arcivescovo Ludovico dei marchesi di Romagnano, Piobesi viene a svilupparsi in maniera razionale,conformandosi intorno all’asse orizzontale longitudinale, così come lo vediamo ancora oggi (2). Inizialmente,però, era delimitato unicamente dall’area compresa tra le attuali via Torino, via Giuseppe Pozzi, via Carducci, la cinta del castello, via Solferino, via Roma, sentiero Garigliano (ora via Palestro) (3).





Attorno all’abitato si estendevano le mura per difendere la cittadinanza. Carlo Faggiani avvocato e sindaco di Piobesi, avendo consultato l’archivio comunale, narra che “da un instromento del 1591, esistente negli archivi comunali, al nr. 96 dell’inventario generale, vol. 15, n. 439 progressivo, risulta che nel secolo XVI Piobesi attuale era ancora fortificato, con le sue porte a ponti levatoi, che il comune fece costruire le opere di difesa e sempre restaurò, finché furono distrutte dai francesi; la cerchia fortificata era compresa fra la bealera del molino a sud, l’Essetta a ovest, i bastioni del castello a nord e a est ancora i bastioni dei quali rimangono le tracce nell’altezza di livello dell’abitato a fronte della campagna circostante” (4).


Attualmente rimangono solamente tracce delle porte di accesso – vedasi la casa ove nacque padre Domenico Peretti (in via Baima), filippino e fondatore di un ordine religioso – e, in alcuni punti del paese, parte delle fondamenta delle mura. La casa dove abito poggia ad esempio sulle fondazioni delle mura dell’abitato, come si è potuto riscontrare sulla fine del secolo scorso durante opere di consolidamento delle mura esterne. Con il trascorrere dei secoli, il paese si ampliò ulteriormente lungo l’asse dell’attuale corso Italia.


Nel XV-XVI secolo, la popolazione era pertanto ancora esigua e tale lo sarà per almeno tre secoli. Nel 1571 risultavano infatti censiti 1.695 abitanti. Questo numero si mantiene costante anche nei due secoli successivi: nel 1612 si registravano 1.700 abitanti e nel 1753 appena 1.619 (5). In quegli anni la preoccupazione maggiore era dunque salvaguardare un equilibrio costante tra nascite e morti.
Tra la fine del XV secolo e inizio del XVI a Torino, come nel resto dell’Europa, si registrano forti cambiamenti, dovuti alla rinascita umanistica e questo non solamente sul versante architettonico ed artistico – si veda ad esempio la costruzione del nuovo duomo di Torino ad opera del cardinale Ludovico della Rovere dei signori di Vinovo che aveva sperimentato in prima persona le grandi trasformazioni in Roma – ma anche sul piano intellettuale e scientifico. L’influsso dell’umanesimo si fece pertanto sentire sulla formazione medica. Se fino ad allora le terapie erano molto empiriche e spesso affidate ai barbieri, considerati chirurghi più accessibili anche economicamente, ora nasce in Torino una vera e proprio scuola medica.

Dopo il 1436 si avvia la regolarizzazione degli studi nel settore e si registra un aumento di medici “condotti” laureati (medicine doctores), che godevano una posizione di indiscusso prestigio. Alcuni di loro divennero docenti universitari, esercitando nel contempo la libera professione. Altri conciliavano attività professionale, vita di corte e impegni politici; altri ancora si dedicavano anche ad attività farmaceutiche. Organizzati in collegio medico, iniziarono a contrastare la concorrenza di pratici e guaritori, più o meno improvvisati, tanto che la credenza torinese – una sorta di consiglio comunale – nel 1490 vietò ai barbieri di praticare il salasso. In verità nessun titolo di studio “riconosciuto” qualificava i chirurghi, che in genere si distinguevano dai barbieri unicamente per una solida esperienza e per maggior prestigio.

In Torino e dintorni, gravi furono le epidemie del 1421 e del 1450-52 e probabilmente anche negli anni ottanta e nei primi decenni del cinquecento. Appena si diffondeva la notizia di un’epidemia si predisponevano misure igienico-sanitarie e di controllo per bloccare le persone, scontrandosi inevitabilmente con il normale svolgimento delle attività economiche e proibendo a osti e tavernieri di concedere ospitalità a persone provenienti da zone a rischio (6).
Le pubblicazioni torinesi sulla peste nel quattrocento e cinquecento segnalano che alcuni medici, come altre figure professionali eminenti,nei periodi di contagio fuggivano dalle città e coloro che vi rimanevano venivano consigliati “di farsi pagare bene e senza remissione finché il malato era attanagliato dal dolore e dalla paura della morte”.Spesso i medici comunali,al fine di garantire la “sopravvivenza” della specie e della categoria, erano autorizzati dalle stesse autorità a recarsi nei luoghi vicini esenti dall’infezione: sul finire del quattrocento al medico di Moncalieri in caso di peste era consentito recarsi nei luoghi limitrofi, cioè a Trofarello, Revigliasco, Vinovo, Stupinigi, Pecetto, ma comunque non oltre tre miglia dall’abitato, in modo che le persone non infette o sospette potessero continuare ad usufruire delle sue cure.
Considerato che le speranze di guarigione, una volta colpiti dal morbo, erano abbastanza modeste e i contagiati, per non infettare altri, erano spesso abbandonati a se stessi, la presenza del medico appariva effettivamente del tutto inutile. Gli infetti venivano spesso rinchiusi in un’unica contrada urbana o extraurbana oppure serrati in casa o, a volte, cacciati dalla città.
Le epidemie ritornavano al ritmo di quasi ogni due anni e perduravano per circa un biennio, il che rendeva significativa la mortalità in quegli anni. Gli interventi terapeutici preventivi, quando c’erano,erano incerti e talvolta discordi:in questi casi la presenza del medico finiva per essere un aiuto psicologico.

Non potendo evitare o almeno frenare i contagi, si cercava di prestare una certa cura alle misure preventive. Di fronte allo scoppio dei disastri epidemici, i medici della città e delle università, nei loro trattati, raccomandavano innanzitutto serenità di spirito, tranquillità, assenza di timore.
Antonio Guarnerio, medico di corte dei Savoia e dei Monferrato, si spingeva oltre: in tempi di peste o epidemie non consigliava farmaci, ma come prevenzione un eupeptico particolare, che poteva supportare la buona salute: invitava a procurarsi un gatto, un cagnolino, un infante, sano e non sudaticcio, da porsi sul ventre dopo i pasti per riscaldare il corpo umano con il loro calore naturale e favorire il processo digestivo. Per chi non poteva permettersi questa terapia, era sufficiente tenere la mano sullo stomaco...
Ma la terapia migliore – consigliava sempre Guarnerio – era un amplesso, non necessariamente nel significato di rapporto sessuale, ma di abbraccio e di stretto contatto fisico, con una “puella calida, speciosa et quantus melius complexionata”, di età fra i quindici e diciotto anni. Questa terapia veniva prescritta e praticata solamente dagli “homines decrepiti”, i quali sottraevano alle fanciulle unicamente le energie vitali a loro mancanti. I maschi adulti sapevano agire da soli.
Per arrivare allo specifico, in tempi di epidemie, la scuola medica di Parigi sul piano teorico vietava categoricamente rapporti sessuali – si suppone fuori del contesto matrimoniale – per evitare il diffondersi del contagio, mentre quella piemontese era più liberale e considerava la dimissio spermae, indispensabile al benessere fisico,e quindi la incoraggiava, forse anche per compensare le morti per contagio.
Accanto a questa terapia fallocratica rimaneva ovviamente sempre necessario un buon salasso mensile – preferibilmente ogni plenilunio per i maschi – quanto alle donne già era sufficiente il flusso mensile. Talvolta,per compensare la debolezza ed evitare collassi, si accompagnava la flebotomia con farmaci, quali analettici e cardiotonici (7).
Il salasso terapeutico consisteva infatti nella rimozione dal circolo sanguigno – oggi si prevede l’estrazione di circa 350/400 ml di sangue – ma senza una applicazione medica, una quantità tale di sangue significava indebolire l’apparato cardiocircolatorio e spossare l’intero organismo anemizzandolo. In alcune condizioni patologiche, determinate da sovraccarico di ferro (emocromatosi), oppure di fronte alla porfiria cutanea, alla policitemia, un salasso terapeutico risultava essere una terapia salvavita. Quando però, si applicavano salassi, frequenti e generosi in quanto convinti del beneficio che potesse recare il “cambio” del sangue, non solo dinanzi a casi di un eccessivo vigore (steniche), ma anche a casi derivanti da marcata debolezza (asteniche), le conseguenze potevano essere disastrose (8).
Il conte Amedeo VI di Savoia, colpito dalla peste nel 1383 mentre andava in aiuto a Ludovico d’Angiò, venne salassato oramai agonizzante da un barbiere (barberius), in un estremo e scrupoloso tentativo di salvezza che la scienza medica allora intravvedeva come unico e risolutivo.
Le misure “politiche” di contenimento del morbo, allora come oggi, erano in fondo le medesime di oggi: contenere lo spostamento delle persone. Quando alla fine del XVI secolo Torino fu nuovamente colpita da un’epidemia di peste proveniente dalla Savoia, al di là delle Alpi (1598), il magistrato generale della sanità si attivò con le misure che ancora oggi si assumono: proibire i rapporti commerciali e bandire il commercio con i territori accertatamente infetti, decretando il divieto per le comunità al di qua dei monti di ricevere persone e cose provenienti dalla Savoia. Per garantire l’osservanza delle misure, guardie armate controllavano ai valichi alpini e impedivano l’ingresso di coloro che arrivavano da luoghi infetti o sospetti oppure verificavano che fossero in possesso di certificati di buona salute emessi dalle autorità competenti. Le persone non munite di questo certificato dovevano fare una quarantena di venti giorni in locali, che erano stati appositamente attrezzati presso i valichi. Tutto questo accadeva in attesa che la pandemia se ne andasse.
Il problema umano più pressante era alla fine quello di contenere e vincere l’ansia e il terrore delle epidemie cicliche; prima che l’organismo avesse superato la prova mortale, trascorrevano circa due anni. Ognuno risolveva – come diceva Luigi Pirandello ispirandosi alla scritta sul campanile di Coazze ove andava in villeggiata dalla sorella – questo problema Ciascuno a suo modo.
Huldrych Zwingli (1484-1531), teologo, prete (1506), cappellano militare e poi parroco,nella Zurigo devastata dalla peste, ammalandosi di peste,provò ad esempio una tremenda angoscia. Rifletté sul proprio destino e scrisse una interessante poesia intitolata Pestlied (1519):

(…) Fai quel che vuoi, che nulla mi manca.
Son tuo strumento che puoi riscattare o distruggere (…)

Guarito dalla peste, approfondì il discorso teologico partendo da problemi esistenziali, si allontanò dal cattolicesimo romano, sperimentò di essere un semplice strumento e, sulla scia del pensiero agostiniano, sviluppò un’idea della dipendenza totale della umanità da Dio. Sosteneva che la salvezza è frutto di una libera decisione di Dio, indipendente dai meriti dell’uomo; questa decisione è la “libera elezione di Dio verso coloro che saranno salvati”. La salvezza per lui non dipendeva più dalla fede né dai sacramenti,questi erano inutili, poiché Dio aveva già deciso. L’uomo può semplicemente accogliere quello che gli viene dal Signore: praedestinatio vocatur aeternum decretum Dei…
Partendo da qui,Giovanni Calvino (1509-1564), francese, sviluppò in modo sistematico il pensiero che era in Zwingli. Per Calvino la predestinazione è dunque una scelta di Dio, indipendente da quello che l’uomo può fare. Il decreto di Dio è horribile, cioè desta timore, poiché Lui ha già scelto e noi dobbiamo solo capire cosa, ma non possiamo cambiare la scelta. Il calvinismo nasce in qualche modo dal terrore e dal dramma della peste…


Calvino cercò degli adepti nell’area subalpina, ma ad Aosta, come ricorda un monumento in centro città, venne cacciato in malo modo. Nel sei e settecento vivevano in Piobesi alcuni calvinisti, che di quando in quando si convertivano al cattolicesimo e venivano aiutati, se in stato di povertà, dai confratelli flagellanti (confraternita dello Spirito Santo). Tra questi è documentata la presenza di una donna di origine olandese, che,allontanandosi dal terrore della “doppia predestinazione”, si integrò con la realtà sociale del luogo (9).


- Rinaldo Merlone
(continua nella prossima puntata!)




(1) R. Merlone, Dalla rivoluzione francese alle soglie del duemila. Due secoli di musica, cooperazione, associazionismo in un comune della pianura torinese. Piobesi Torinese 1996, p. 10 sg.
(2) R. Merlone, “La plebs de Publicis” e le chiese di San Giovanni e Santa Maria, in «Bollettino storico-bibliografico subalpino», XCVI (1998), pp. 28-31.
(3) Vedasi Pianta topografica del luogo di Piobesi (senza data ma probabilmente del XVIII secolo), in Archivio del comune di Piobesi Torinese, cat. V, cl. 10, vol. 400, nr. 1\C
(4) C. Faggiani, Della nuova chiesa parrocchiale di Piobesi Torinese. Il 7 settembre 1892, Torino 1892, nota 25 di p. 29.

(5) M. Tamagnone, Piobesi nei dodici secoli della sua storia, a cura di R. Merlone e M.D. Oddenino, Piobesi Torinese 1985, p. 226 sg.
(6) I. Naso, La comunità e la salute, in Storia di Torino, II, Il basso medieovo e la prime età moderna (1280-1536), a cura di R. Comba, Torino 1997, pp. 754-760.
(7) Parte di queste considerazioni si ritrovano ad esempio in A.M. Nada Patrone, I. Naso, Le epidemie del tardo medioevo nell’età pedemontana, Torino 1978 (Biblioteca di “Studi piemontesi”, p. 66 sgg.
(8) Ringrazio il dott. Aldo Mariani per il confronto tecnico sull’argomento.
(9) Tamagnone, Piobesi nei dodici secoli della sua storia, cit. p. 149.